Disabili, la 'terapia vincente di uno studioso milanese'

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La Notte, 1982 - "Con un po' di moto e tanto amore gli handicappati vivono felici" - Disabili e inserimento sociale

"Con un po' di moto e tanto amore gli handicappati vivono felici". Con questo titolo veniva pubblicato, ne La Notte del 29 dicembre 1982, un articolo sullo sviluppo e l'inserimento degli handicappati nella vita sociale e famigliare. Lo riportiamo integralmente.

«Ognuno è responsabile di ciò che fa, di ciò che non fa e di ciò che impedisce di fare». Comincia così, con una massima attribuita a Suhard, il manifesto «per una giubba rossa». Le giubbe rosse, in questo caso, non sono i rangers canadesi, né un'organizzazione scoutistica, né una squadra di polo su ghiaccio. Sono, invece, un gruppo di handicappati fisici, riuniti sotto la guida entusiasta di uno psicologo, il prof. Umberto Dell'Acqua, fino a poco tempo fa dirigente del Centro comunale di Formazione ed assistenza Minorati dell'Età Evolutiva. 

Milanese, studioso di fama, 62 anni, bonario come un papà affettuoso, ma anche di pasta «ruvida» privo di qualsiasi cedimento a sentimentalismi, il prof. Dell'Acqua non ha abbandonato i suoi protetti ritirandosi dalla attività lavorativa, anzi continua a vederli, a incontrarli, a organizzare per loro gite, serate, soggiorni in montagna, feste conviviali e molto spesso è preceduto proprio da loro nell'ideazione di nuove occasioni per stare insieme.

Il professore parla dei suoi amici con semplicità, senza falsi pudori, e soprattutto con incontenibile orgoglio: «Sa perché si chiamano Giubbe Rosse? Son stati battezzati cosi, anni fa, in montagna dagli abitanti del posto che li vedevano inerpicarsi su per pascoli alla ricerca di baite da esplorare».

La terapia che il prof. Dell'Acqua applica ai suoi assistiti è molto semplice: non tenta di far dimenticare loro la dolorosa «diversità» che li distingue dalle persone «normali», ma insegna loro a vivere nel modo più sereno possibile con il loro handicap. I risultati sono prodigiosi: non uno di loro è disoccupato, non uno di loro ha finito per chiudersi definitivamente in casa crogiolandosi nell'autocommiserazione e nel pietismo dei parenti.

Ci sono ragazzi ciechi che hanno imparato a sciare, 45 handicappati sono diventati raffinati sommelier, un gruppo di ragazze minorate ha imparato a truccarsi ad arte e per i loro coetanei è stato organizzato un corso di cucina.

«Gli handicappati - osserva il prof. Dell'Acqua - passano troppo tempo in casa, bisogna portarli fuori, insegnare loro a vivere nuove emozioni che spesso avvertono molto più intesamente delle persone sane. Per questo abbiamo organizzato loro dei corsi di espressione teatrali, intitolati «Il teatro dal di dentro» e dei corsi di comprensione musicale. I primi miglioramenti si notano proprio quando la tendenza superprotettiva dei genitori nei loro confronti comincia ad allentarsi».

Attenzione, però, il prof. Dell'Acqua non vuole essere preso per un benefattore mosso da motivazioni puramente umanitarie: «Dietro al mio impegno - spiega - non c'è buon cuore, ma una profonda ricerca scientifica: abbiamo studiato, per il Consiglio d'Europa, la situazione dei bambini handicappati in età fra i 3 e i 7 anni e abbiamo scoperto che più si avvicinano al periodo scolare peggio diventa la loro situazione. Personalmente sono favorevole all'inserimento di questi bimbi fra compagni sani, ma non si ottiene la socializzazione se non c'è apprendimento». In altre parole, la distanza fra normali e handicappati aumenta, man mano che i primi imparano e gli altri restano indietro.

Il prof. Dell'Acqua è molto più favorevole ai cosiddetti "pensionati": «Si porta un gruppo di handicappati in montagna per 15 giorni e si vive con loro, facendo tutti insieme le stesse cose, accessibili a ognuno di loro. Si parla insieme dei loro problemi e non ha idea di quanti ne saltino fuori. L'amore, il matrimonio, i sentimenti e, perché no, anche il sesso. Chissà perché quest'argomento riferito agli handicappati è ancora cosi tabù. E' un problema che loro sentono moltissimo. Un giorno uno di loro mi ha detto: come faccio io ad accarezzare una donna, dal momento che non ho le mani? E' terribile: cosa si può rispondere? Eppure, anche gli handicappati possono avere una vita normale. Sa che si sposano? In un anno ho partecipato a 14 matrimoni in cui uno dei due o entrambi gli sposi erano affetti da handicap».

Dell'Acqua sorride: «Si incontrano, si conoscono. Perché non dovrebbero sposarsi? L'amore ha effetti miracolosi. Acquistano sicurezza, bisogna dare loro fiducia, ma prima di loro vanno guarite le famiglie, perché proprio chi sta loro più vicino deve capire che il migliore aiuto consiste nel rispettare la loro volontà».

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